Gli indicatori Istat delineano un fenomeno quasi del tutto ignorato dai media, che investe le basi della comunità e rischia di spezzare in due il paese. Come uscirne, attraverso politiche lungimiranti e un’idea dell’educazione che vada oltre l’emergenza
La povertà educativa, di cosa si tratta e perché riguarda da vicino la nostra democrazia

Negli ultimi anni il tema della povertà educativa ha ricevuto una forte attenzione, uscendo dai circoli ristretti della pedagogia ed entrando, sia pur lentamente, in un dibattito pubblico più ampio. L’Istituto nazionale di statistica (Istat) dal 2023 ha istituito una Commissione dedicata ad analizzare e monitorare questo fenomeno multidimensionale.
E ad oggi possiamo contare su una metodologia di indagine solida e su un set di indicatori statistici condivisi che stanno facendo chiarezza sullo stato di benessere dei minori in Italia e, più largamente, sulla qualità della nostra democrazia.
Una questione pubblica
Ridurre la povertà educativa, infatti, è prima di tutto un intervento di natura pubblica che interviene sulle fondamenta stesse di una comunità. Non è dunque un’informazione utile solo agli addetti ai lavori. È qualcosa di più. È una rappresentazione dello stato di salute della nostra società. Perché il benessere e la crescita delle nuove generazioni sono la base portante di una democrazia moderna e proiettata verso il futuro.
È il nodo intorno al quale ruota “Sconfiggere la povertà educativa“: il seminario in programma il 6 maggio al Palazzo degli studi (Aula B0107, Campus Folcara, ore 9.00) durante la prima giornata del “Festival dello sviluppo sostenibile”.
Giovani senza ascolto
Di recente, l’Istat ha rilasciato le statistiche più recenti, accompagnate da un articolato lavoro di sintesi e di divulgazione. La notizia non ha avuto un risalto particolare, a dimostrazione di un certo disinteresse da parte della politica e dell’opinione pubblica, per le questioni giovanili. Troppo forti sono i rumori delle guerre, delle difficoltà economiche, degli interessi politici: la voce dei giovani non riesce ad emergere, rimane sul sottofondo, privata di un reale ascolto e della giusta, necessaria attenzione. Proviamo, allora, a dare risalto ai dati, così da comprendere meglio lo stato della povertà educativa in Italia.
Definizione del fenomeno
Partiamo dalla definizione. L’Istat la descrive come un fenomeno multidimensionale e complesso, che intreccia i contesti familiari, sociali e culturali in cui vivono i cittadini compresi nella fascia d’età 0-19 anni. La povertà educativa è articolata in due domini: le risorse e gli esiti. Le prime potrebbero essere definite come le variabili di contesto, ossia le opportunità e le condizioni messe a disposizione dalla famiglia, dal contesto scolastico e dal territorio. Con gli esiti si fa invece riferimento all’acquisizione di competenze cognitive (alfanumeriche, linguistiche, digitali, ecc.) e personali/sociali (relazionali, emotive, ecc.).
Vuoto culturale
Nell’insieme, si tratta di 78 indicatori, di cui 60 relativi alle risorse e 18 agli esiti. La condizione di povertà educativa si manifesta quando si verifica la privazione di risorse educative e culturali (famiglia, scuola), accompagnata dalla mancata acquisizione di competenze cognitive e relazionali. In essa sono inclusi, nell’insieme, la limitazione delle opportunità di crescita dovuta al contesto e gli aspetti relazionali, culturali e sociali. Questo ampio schema di analisi offre un punto di osservazione articolato sullo stato di benessere dei minori, che trova poi riscontro nei dati, nelle serie storiche e nei confronti tra i territori.
Il terreno che dà nutrimento
Veniamo ai dati, iniziando dal contesto, il terreno che dà vita e nutrimento alla crescita. Le famiglie sono oggi certamente più informate e attente rispetto al passato. Molti genitori hanno compreso l’importanza degli stimoli familiari per il benessere dei propri figli, ma restano ancora molte aree aride. Il 37,0% degli under 19 vive in abitazioni prive di libri; il 27% ha genitori che non hanno visto spettacoli fuori casa nell’ultimo anno; il 20,7% appartiene a nuclei familiari con genitori con un basso titolo di studio.
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Fonte: Istat/Elaborazione Unicas+
Capitale culturale
Queste condizioni possono trasformarsi in fragilità del sistema, con conseguente incidenza negativa sull’educazione. La ricerca internazionale converge nel riconoscere che il capitale culturale familiare è tra i predittori più robusti delle traiettorie di crescita. Non si tratta di determinismo – i figli sono copia dei genitori – ma, più attentamente, di riconoscere che il linguaggio usato in casa, la presenza o l’assenza di libri, l’atteggiamento verso il sapere e l’istruzione costruiscono – o non costruiscono – le basi cognitive e motivazionali da cui l’individuo prende forma. E da cui può trarre vantaggi o ricevere impedimenti.
Divari territoriali
Se prendiamo, ad esempio, il dato regionale sulla presenza dei libri in casa, notiamo differenze significative. Se la media nazionale è del 37%, in Calabria quella percentuale sale al 52,2%, in Campania al 50,6%, in Sicilia al 50,4%. Nel Sud, in media, quasi un bambino su due cresce in una casa in cui i libri sono quasi assenti, il che rappresenta una base di partenza più fragile rispetto a quella di uno stesso bambino delle regioni del Nord. È un dato culturale, prima ancora che economico: anche in famiglie con redditi simili, l’orientamento alla lettura e alla cultura varia enormemente, e tale variazione lascia tracce misurabili negli apprendimenti e, di conseguenza, sulla ricchezza/povertà educativa.
Genitori senza occupazione
La condizione occupazionale dei genitori aggrava ulteriormente il quadro. A livello nazionale, il 9,8% dei minori vive in famiglie con genitori non occupati, ma in Campania si supera il 24%, in Calabria il 19% e in Sicilia si attesta quasi al 23%. La correlazione tra disoccupazione genitoriale e povertà educativa non è solo economica. Riguarda anche il tempo a disposizione per seguire i figli, i livelli di stress familiare, la qualità delle interazioni quotidiane. Paulo Freire, grande pedagogista brasiliano, è stato uno dei primi a capire che per essere un genitore efficace occorre disporre delle condizioni necessarie per esercitare compiutamente la propria azione genitoriale.
E queste condizioni hanno una relazione spuria con la condizione economica: non è tanto la disponibilità di denaro o il livello occupazionale, quanto piuttosto il fatto che tali condizioni permettono di svolgere pienamente il proprio ruolo genitoriale. La stabilità economica ti dà il tempo e il modo per essere un buon genitore.
Opportunità negate
A queste condizioni familiari si sommano spesso condizioni strutturali dovute alla mancanza di infrastrutture culturali nel territorio. In media, il 13,3% dei minori italiani vive in zone senza piste ciclabili, il 50,8% in zone senza spazi verdi o parchi, il 28,1% in zone con difficoltà di collegamento con i mezzi pubblici, per non parlare della penuria di infrastrutture di accoglienza, di asili nido, di impianti sportivi, ecc. Questi non sono dati urbanistici neutri: sono dati pedagogici. L’assenza di spazi pubblici abitabili, di mobilità autonoma, di luoghi di aggregazione e cultura riduce drasticamente il curriculo informale – l’insieme di esperienze, relazioni e stimoli che si accumulano fuori dal contesto familiare.
Giovani senza amici
Ma veniamo ora agli esiti, ai frutti del sistema educativo. Nonostante vivano nell’era dell’iperconnessione, gli under 19 italiani manifestano i sintomi di una fragilità relazionale. Se dieci anni fa la sfida era garantire l’accesso alla rete, oggi la sfida educativa è capire come sviluppare un tipo di socialità ibrida, che intrecci il tangibile con il digitale. Il 13,7% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni dichiara di non avere amici con cui confidarsi. Questo dato ha subito un’impennata nel post-pandemia; prima del 2020, la rete di supporto amicale appariva più solida, ma le restrizioni hanno cristallizzato una difficoltà nel “ritrovarsi” che molti adolescenti non hanno ancora superato. Un segnale ancora più allarmante riguarda la fiducia interpersonale.
Sfiducia sistemica
Il fatto che il 76,1% dei ragazzi (14-19 anni) ritenga necessario “stare molto attenti agli altri” non è soltanto un dato statistico, ma il sintomo di una sfiducia sociale sistemica, che facilmente porta all’isolamento.
Rispetto all’ultimo decennio, la percezione dell’altro come minaccia anziché come risorsa è cresciuta, erodendo la capacità di fare rete e di costruire comunità. Questa “chiusura” difensiva limita lo scambio di capitale sociale, fondamentale per uscire dal ciclo dell’isolamento e, dunque, della povertà educativa.
Conformismo imperante
La paura di dissentire sta, poi, diventando un’ulteriore barriera invisibile: il 14,1% dei giovani teme di esprimere idee diverse rispetto al gruppo. Questo dato evidenzia una vulnerabilità al conformismo che sembra alimentata dai meccanismi dei social media, in cui il dissenso è spesso punito con l’esclusione o con la gogna digitale (il cosiddetto shaming). Nel tempo, abbiamo assistito a un indebolimento del pensiero critico a favore di un’omologazione protettiva, che priva i ragazzi della capacità di gestire il conflitto in modo costruttivo.
Identità e fallimento
Il legame tra deprivazione e percezione di sé è evidente nel dato relativo al fallimento: il 15,5% dei ragazzi teme che sbagliare significhi “non avere talento”. Negli ultimi anni si è passati da una visione dell’errore come tappa del percorso (Growth Mindset) a una visione del fallimento come identità. Questo approccio rigido trasforma la vita sociale in un tribunale anziché in un laboratorio, esacerbando ulteriormente i processi di isolamento. A questo si aggiunge il senso di insoddisfazione per la propria vita, che colpisce il 13% dei giovani a livello nazionale con un preoccupante trend di crescita costante dal 2019. Anche su questo dato specifico la frattura geografica rimane una ferita aperta: l’insoddisfazione è significativamente più marcata nel Mezzogiorno (13,5%) rispetto al Nord (12,2%).
L’impegno della scuola
Un dato importante riguarda l’abbandono scolastico. Il nostro Paese è finalmente sceso sotto la soglia del 10%, anticipando di qualche anno l’obiettivo fissato dal Pnrr. Questo risultato non è casuale: è il frutto dell’impegno quotidiano degli insegnanti e di politiche scolastiche che hanno progressivamente reso la scuola più accogliente, più inclusiva, più capace di tenere dentro chi rischiava di andarsene.
Dispersione implicita
Non bisogna però abbassare la guardia. Abbiamo ancora troppi ragazzi che si disperdono, che non completano gli studi e che non trovano il loro posto in un’aula. È un dramma che non possiamo permetterci di ignorare: dovrebbe essere la priorità dell’agenda politica, perché è attraverso l’esperienza scolastica che formiamo cittadini capaci di comprendere e di affrontare i profondi cambiamenti che stanno trasformando le nostre società.
Le priorità sono due, e vanno tenute insieme: continuare a favorire la partecipazione di tutti – a partire dai più fragili – alla vita scolastica; e rendere quella partecipazione pienamente significativa, non solo formalmente completata. Su questo secondo punto i dati Istat restituiscono un quadro in chiaroscuro: la cosiddetta dispersione implicita: quella silenziosa, fatta di ragazzi che siedono in classe ma non apprendono, è in aumento, e rappresenta forse la sfida più difficile da affrontare, proprio perché meno visibile.
I dati oltre i dati
Il meritorio lavoro svolto dall’Istat è una fonte di conoscenza vitale per il nostro paese. L’Italia sta facendo progressi importanti sul piano del contrasto alle povertà educative, ma c’è ancora molto da fare. Non possiamo ignorare le disuguaglianze territoriali, così come la percentuale ancora troppo alta di under 19 a rischio di povertà educativa. La conoscenza dei dati da sola non basta, è solo un importantissimo passo in avanti, essenziale ma non sufficiente. Occorre trasformare la conoscenza in politica, in azioni concrete, orientate al benessere dei minori. E per farlo è essenziale una visione che non si esaurisca in un ciclo elettorale, ma che estenda i propri orizzonti d’azione nei decenni futuri.
La risposta della continuità
La povertà educativa non si sconfigge rispondendo alle emergenze, si contrasta con la continuità. Con asili nido che arrivano dove oggi non esistono, con scuole a tempo pieno nelle periferie che ne hanno più bisogno, con insegnanti stabili nei contesti in cui la discontinuità didattica è diventata la norma. Con investimenti che mostrano i propri effetti non nel trimestre successivo, ma nella vita adulta di chi oggi ha cinque, dieci, quattordici anni. I dati ci dicono che il divario tra un bambino cresciuto a Trento e uno cresciuto in certi quartieri di Palermo o Napoli non è una fatalità geografica: è il risultato misurabile di scelte o di mancate politiche, istituzionali, collettive.
E proprio perché è misurabile, è anche modificabile.
Docente di Pedagogia Speciale







