È scomparso pochi giorni fa il filosofo tedesco che prese le distanze dal suo maestro, Theodor Adorno, con la teoria della “razionalità discorsiva” e una visione “ottimistica” dei processi di cambiamento nella società di mercato. Ma quanto reggono oggi le sue visioni? Un’analisi alla luce delle contraddizioni del presente
Addio a Jürgen Habermas, il padre dell’agire comunicativo. Un ricordo critico

È venuto a mancare, lo scorso 14 marzo, Jürgen Habermas, studioso dai vasti interessi nato a Düsseldorf nel 1929, il cui pensiero ha ampiamente influenzato gli sviluppi della filosofia e dell’epistemologia, del dibattito etico e politico, della sociologia e delle scienze della comunicazione nella seconda metà del Novecento. Assistente di Theodor Adorno presso l’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte dal 1956 al 1959, Habermas andò maturando, a partire dagli anni Sessanta, posizioni distanti da quelle del maestro e di altri esponenti della Scuola di Francoforte.
La teoria critica e le sue radici
Questi ultimi avevano incentrato il proprio impegno sul tentativo di elaborare una “teoria critica della società” capace di aggiornare e approfondire l’analisi marxiana del capitalismo, integrandola con altre fonti che andavano dalla genealogia nietzscheana alla psicoanalisi freudiana, dal confronto con l’esperienza dei totalitarismi all’uso delle metodologie statistiche allora da poco introdotte in sociologia.
La svolta teorica ed etico-politica
Volendosi esprimere in maniera molto semplificata (con tutti i limiti che ciò comporta), due fattori principali caratterizzarono la presa di distanza habermasiana da questo progetto. Sul piano teorico, lo spostamento dall’approccio materialistico-dialettico verso una posizione semi-trascendentalista, secondo la quale tutti gli uomini sono dotati di una razionalità che ha basi innate e si manifesta innanzitutto nelle regole del linguaggio verbale, e questo elemento “universale” offre loro, sia a livello teorico e scientifico, sia a livello pratico, la possibilità di intendersi e accordarsi. Sul piano etico-politico, l’accettazione di una prospettiva liberale e, dunque, la rinuncia alla discriminante anticapitalista che caratterizzava la teoria critica. Svolte che Habermas maturò, soprattutto a partire dal congresso della Società tedesca di Sociologia del 1961 che vide schierati Popper e i suoi allievi da un lato, Adorno e altri membri dell’Institut für Sozialforschung dall’altro, confrontandosi anche col pensiero popperiano.
Il confronto con Popper e Adorno
Nel volume La scuola di Francoforte (ed. or. 1986, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1992), Wiggershaus ha osservato che, fin da quel convegno, Habermas sceglieva la via di una “critica immanente” alla prospettiva di Popper, offrendole in fondo “una giustificazione”, attraverso “una sorta di fondazione pragmatico-trascendentale” (p. 587) di quell’approccio neopositivistico che il “falsificazionismo” popperiano aveva rinnovato, ma non certo superato.
Proprio in quegli anni, Popper si stava orientando, a sua volta, verso una svolta “evoluzionistica”, interpretando la storia della scienza moderna come un processo in cui, come scriveva nel saggio Epistemologia evolutiva, (ed or. 1973, tr. it. in «Paradigmi», II, 4, 1984), grazie al metodo sperimentale, “solo le teorie migliori, […] sopravvivono”. Adorno, nell’introduzione al volume Dialettica e positivismo in sociologia, che raccolse gli atti di quel convegno, obiettava a questo fideismo scientista che nel “meccanismo della competizione scientifica è incluso tutto il meccanismo della concorrenza […] per cui il successo sul mercato ha il primato sulle qualità della cosa” (ed. or. 1972, tr. it. in Scritti sociologici, Einaudi, Torino 1976, p. 270), criticando proprio gli argomenti che Habermas, più tardi, avrebbe fatto propri: la convinzione “che posizioni molto divergenti riescano a mettersi d’accordo grazie alle regole della cooperazione”, l’“illusione” che queste, se ben applicate, bastino a garantire una comunicazione “libera dal dominio”, la “finzione del consenso come garanzia di verità” (p. 285).
L’agire comunicativo e la razionalità discorsiva
Infatti, pur ammettendo che il modello popperiano proponeva un’immagine idealizzata delle pratiche scientifiche e delle procedure di deliberazione dei regimi liberali, Habermas avrebbe poi sposato la convinzione che tale “idealizzazione” fosse metodologicamente necessaria. Il modello da lui proposto nel libro Teoria dell’agire comunicativo (ed. or. 1981, trad. it. Il Mulino, Bologna 1986), e in altri scritti coevi, era, di conseguenza, imperniato su una situazione discorsiva ideale, chiamata a fungere da criterio normativo dei confronti teoretici, scientifici, etici e politici, analoga a quella che Popper presentava come situazione reale:
«i partecipanti […] devono presupporre che sotto le inevitabili premesse comunicative del discorso argomentativo si riveli solo la libera costrizione dell’argomento migliore»
(J. Habermas, La pretesa di universalità dell’ermeneutica, ed. or. 1970, tr. it. in Id., Agire comunicativo e logica delle scienze sociali, Il Mulino, Bologna 1980, p. 134).
Dal conflitto alla comunicazione distorta
Questo mutamento di approccio implicava la sostituzione del problema del conflitto di classe, che per i fondatori della scuola francofortese era intrinseco alla società capitalistica e sanabile solo attraverso un suo superamento, con quello di una “comunicazione sistematicamente distorta” da cui, secondo Habermas, era possibile emanciparsi all’interno del quadro istituzionale offerto dai regimi liberal-democratici, attraverso una rigorosa razionalizzazione delle procedure di confronto e deliberazione e un pubblico dibattito capace di fare pressione sulle istituzioni.
Un’eredità critica nel presente globale
Le devastanti conseguenze prodotte, sul piano sociale, etico e ambientale, dalla globalizzazione capitalistica, il continuo aumento del divario tra ricchi e poveri e della concentrazione delle risorse nelle mani di pochi grandi gruppi finanziari e industriali, e la progressiva deregulation del diritto internazionale in favore di una logica della forza bruta, di cui lui stesso Habermas è stato negli ultimi decenni accorato testimone, sembrano, purtroppo, dimostrare che, riguardo ai vincoli che il sistema capitalistico impone ad ogni tentativo di reale emancipazione sociale, il “pessimista” Adorno l’avesse vista più lunga del suo, pur pugnace e sagace, allievo.
Docente e saggista





