Lo studioso, traduttore e scrittore è stato ospite di Unicas al Palazzo della Cultura di Cassino per presentare il suo ultimo volume. Un viaggio fra Joyce, Calvino e Giordano Bruno per riflettere sul valore delle narrazioni in un mondo segnato da profonde incertezze e dal bisogno di ampliare nuovamente lo sguardo
Letteratura, consapevolezza, libertà di pensiero. A tu per tu con Enrico Terrinoni
È il 29 aprile e siamo con Enrico Terrinoni al Palazzo della Cultura di Cassino per intervistarlo in occasione della presentazione di Leggere libri non serve. Sette brevi lezioni di letteratura (Bompiani, 2025) Un libro accessibile a tutti, non soltanto agli addetti ai lavori, con un titolo assai provocatorio. Terrinoni insegna Letteratura Inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia e per il triennio 2022-2025 è stato Professore distaccato presso l’Accademia Nazionale dei Lincei. Molto impegnato in conferenze in Italia e all’estero, saggista e traduttore, esperto in particolare di letteratura e cultura irlandese, è ritenuto la “voce” italiana di James Joyce del quale ha tradotto, fra gli altri, l’Ulisse in una preziosa edizione con annotazioni e testo a fronte (Bompiani, 2021).
Per Unicas, dunque, è un grande onore ospitarlo in un luogo che si apre alla cittadinanza come il Palazzo della Cultura, durante un evento organizzato dal Corso di Studi di Lingue e dal Centro Linguistico di Ateneo (Cla-C).
Partiamo proprio da qui: perché “leggere libri non serve”?
È un concetto provocatorio, che sembra provocatorio, in realtà è una realtà di fatto: leggere libri non serve. Non serve se uno intende la lettura in senso utilitaristico: “servire” nel senso di ottenere qualcosa. Di certo se si punta al potere, ai soldi, leggere libri a volte non aiuta nemmeno. I nostri governanti, i nostri politici, non sono annoverati fra i grandissimi lettori; spesso se leggessero avrebbero anche una sensibilità che non gli consentirebbe di fare quello che fanno. Quindi, effettivamente, leggere i libri non serve. E soprattutto non serve nel senso di poter ottenere qualcosa. Se invece intendiamo il verbo servire in senso positivo, ovvero “io servo a qualcun altro”, “io mi metto al servizio di qualcun altro”, allora a quel punto “non servire” significa “io non divento il tuo schiavo”, diventerò la persona che ti sta vicino. I libri ci stanno vicino. Se i libri devono diventare asserviti e schiavi al pensiero, obiettivamente possiamo accettare la loro inutilità.

Possiamo affermare che i libri servono soltanto quando alimentano la nostra libertà di pensiero?
Sì, l’idea è questa. I libri servono a renderci più liberi.
Il libro è concepito in sette lezioni che trattano di autori di potente fama letteraria. Ce li può elencare?
Tre anni fa andai in America per tenere delle lezioni su Calvino. Il mio corso era intitolato Sei lezioni per il presente futuro, che richiamano le Lezioni americane, ovvero le Sei proposte per il prossimo millennio. Adottai questo schema, ovvero quello di utilizzare categorie nuove. Lui utilizza le categorie della letteratura, io ho utilizzato quelle della quantistica. Tornato in Italia, ho pensato di applicare questo modello alle “sette lezioni”, suggestionato da un grande libro di Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica. Volevo capire se questo tipo di approccio quantistico-letterario potesse funzionare con i grandissimi classici, con quegli scrittori che rimangono in vita in quanto non sono stati ancora del tutto compresi.
E quindi bisognava capire per quale motivo si continua a leggere Wilde, Blake, Joyce, Giordano Bruno, Svevo, Virginia Woolf e William Shakespeare. Di certo non li leggiamo per il loro passato, li leggiamo per il loro futuro. Questo è un po’ il discorso. Calvino mandava messaggi al nuovo millennio, io credo che oggi dobbiamo mandare un messaggio a chi si occupa di letteratura e deve fare i conti con un mondo che ha anche a che fare con la tecnologia.
Una delle sette lezioni si intitola L’eresia, ovvero Giordano Bruno. Perché proprio lui?
Giordano Bruno era fra i maggiori mentori di James Joyce. Uno dei motivi per cui James Joyce si trasferisce e vive in Italia un buon quinto della sua vita è perché voleva leggere in originale Giordano Bruno e Dante Alighieri. Di Bruno coglie la sua eresia nel senso letterale: eresia significa “scelta”. Significa fare delle scelte ben nette, scelte che portano a volte anche ad esiti che possono essere drammatici, proprio come avviene nella vita di Bruno. James Joyce prova a vincere una battaglia che Bruno aveva in qualche modo perso. Il corpo di Bruno viene bruciato, le sue idee no. E Joyce trattiene questa idea, questa forza delle idee di Bruno, e cerca di portarle avanti. Quali sono queste idee? L’idea dell’infinito da cui noi ricaviamo, l’idea che la letteratura deve appaiarsi all’universo, che si può espandere, può anche costringersi, e che però deve darci un’illuminazione, deve farci pensare a essere sempre più liberi e sempre più consci di quello che abbiamo attorno.

Nell’introduzione lei scrive «un libro può salvare la vita». In che senso?
Un libro può farci vivere una vita altrui. Le nostre vite, per quanto siano complesse, per quanto siano ampie, sono sempre vite riferite al nostro esistente. Invece i libri ci consentono di entrare nelle vite degli altri. Il romanzo è per antonomasia il genere narrativo che racconta le storie, che racconta le vite, leggere tanti romanzi significa vivere tante vite. E vivere tante vite vuol dire aumentare il proprio spazio percettivo. Questa cosa ci può aiutare ma può anche rappresentare un ostacolo alla nostra felicità, perché a volte essere più sensibili non significa essere più felici. Certe volte la sensibilità porta alla consapevolezza e questa consapevolezza che si apre all’universo secondo me è l’equazione dell’umanità. L’umanità non deve restringersi, deve aprirsi, dobbiamo andare contro le forze della chiusura.
Se volesse includere un’ottava lezione, a chi la dedicherebbe?
Io la dedicherei a Tommaso Landolfi.
Un riferimento molto legato al nostro territorio, visto che era originario di Pico, nel Frusinate.
Certo. Grandissimo traduttore, grandissimo scrittore, uomo che porta in Italia una sensibilità che era quasi sconosciuta nel nostro paese, tranne qualche rara isola felice. Landolfi ha in più la capacità di inventare una lingua e di non cedere alle sirene di nessun mercato. È famoso per non aver mai rilasciato interviste, era in effetti uno scrittore molto chiuso, ma attraverso questa sua chiusura noi arriviamo all’apertura dell’infinito.
Qual è il ruolo che l’università può avere in questa tensione virtuosa dell’uomo verso l’Infinito?
Università, dal punto di vista etimologico, “universitas”, rimanda all’universalismo, all’essere universale. Nel mondo di oggi le università sono diventate sempre più uno strumento per raggiungere dei fini definiti. L’idea di università risiede invece nel sapere che si confronta con altri saperi.
Io auspico questa cosa qui, auspico le connessioni, auspico le collaborazioni. Noto che non va così, perché i nostri dipartimenti tendono ad utilizzare il potere accademico e le risorse con pochissima visione. Io credo che ci sia bisogno adesso di tornare a un nuovo umanesimo. L’umanesimo si basava sull’idea che le scienze umane – quelle che chiamiamo adesso conoscenze umane – e quelle scientifiche fossero un tutt’uno, fossero parte di uno stesso unicum.
Invece questa lezione sembra che l’abbiamo smarrita proprio noi italiani che nasciamo dal Rinascimento.
Responsabile comunicazione digitale Unicas









