Collegare produttori, trasportatori e impianti per rendere più efficiente il riciclo organico. È l’obiettivo del progetto nato all’interno di Imprendilab che ha ottenuto il Premio per l’Imprenditoria Giovanile a Start Cup Lazio. Giuseppe Staffieri, Ceo e founder, ci racconta questa esperienza
BioFlux, la start-up di Unicas che unisce filosofia, impresa ed ecologia
Non nasce in un garage né da una riga di codice scritta durante la notte. L’idea di BioFlux prende forma in un’aula di Unicas, durante un corso che, almeno all’inizio, sembrava poco più di un’opportunità accademica. Per Giuseppe Staffieri, laureato in Lettere e Filosofia nel 2025 (più precisamente in Metodi e tecnologie per il patrimonio culturale), è invece il punto di partenza di un percorso che lo porterà a confrontarsi con aziende, istituzioni e investitori.
«Sono sempre stato una figura ibrida – racconta – Vengo dal liceo scientifico Ettore Majorana di Isernia e poi ho scelto un percorso umanistico, ma ho sempre cercato contaminazioni». È proprio questa attitudine che lo spinge a iscriversi al corso “Four Steps to Entrepreneurship”, promosso da Unicas insieme all’Imprendilab: l’hub dell’ateneo che punta a trasformare idee imprenditoriali in progetti concreti. Non per ottenere crediti, ma per mettersi alla prova.
«Ho capito subito che lì si facevano le cose sul serio».
Dalle aule alla startup
BioFlux nasce così, quasi per necessità di verificare fin dove si potesse arrivare. All’inizio è un progetto come tanti, ma qualcosa cambia quando si apre una possibilità concreta: partecipare alla Start Cup Lazio, dove ottiene nell’autunno scorso il Premio per l’Imprenditoria Giovanile che permette di accedere al Premio nazionale per l’innovazione (Pni). «È stato quello il momento in cui abbiamo capito che non era più solo un esercizio». L’idea è tanto semplice quanto ambiziosa: creare una piattaforma capace di mettere in comunicazione chi produce rifiuti organici, chi li trasforma e chi li trasporta. «Mancava il collegamento – spiega Giuseppe – Noi abbiamo provato a costruire una sorta di booking del riciclo organico». Una definizione efficace, che però nasconde una complessità ben più profonda: un settore frammentato, regolato da normative diverse da territorio a territorio, dove anche operare correttamente può diventare una sfida.
Un gruppo ben assortito
È qui che entra in gioco il team, vero motore del progetto. Attorno a Giuseppe si forma un gruppo eterogeneo: Lorenzo Maiuri per la parte tecnologica, Martina Petitti per quella giuridica, Arianna Pittiglio per l’economia. Competenze diverse, ma complementari, che si intrecciano in un equilibrio raro. «È stata la mia prima vera esperienza di lavoro di gruppo. E ha funzionato», ammette. Un risultato non scontato, soprattutto considerando che molti di loro non avevano seguito direttamente il corso, dovendo recuperare in tempi rapidi conoscenze e strumenti.

Il sostegno dell’Imprendilab
A sostenere il percorso c’è il lavoro dell’Imprendilab, con il coordinamento di Ida Meglio, Coordinatrice didattica del laboratorio e figura chiave nella crescita del team, insieme a Francesco Ferrante (docente di Scienze economiche e responsabile scientifico del laboratorio), Francescantonio Della Rosa (imprenditore e General manager di “La Mia Energia”), Andrea Pontone (esperto di imprenditorialità sportiva e fondatore di Adventureland) e Marco Saccucci (Dottore di ricerca in ingegneria civile). Un supporto che non si limita alla teoria, ma si traduce in un confronto continuo, spesso duro, sempre diretto. «Siamo stati messi alle strette più volte, anche in modo molto critico: ed è stato fondamentale».
L’incontro con il territorio
Parallelamente, il progetto esce dall’università e incontra il territorio. Gli scambi con docenti ed esperti si trasformano in contatti reali, interviste, confronti con amministrazioni locali. Tra questi, il dialogo con il Comune di Arpino (Fr) diventa emblematico: un esempio concreto di come il problema del riciclo organico sia non solo reale ma anche urgente: «Lì abbiamo capito che c’era davvero bisogno».
Ma passare dall’idea al mercato significa fare i conti con la realtà, e la realtà non è lineare. «La difficoltà più grande è stata conciliare normativa e business», spiega Giuseppe. Le regole cambiano da regione a regione, a volte da comune a comune, e costruire un modello sostenibile richiede continui aggiustamenti. Non a caso, il progetto attraversa diverse fasi di revisione: «Abbiamo fatto più pivot. È inevitabile: si parte con un’idea e poi la si deve ricalibrare in base a quello che si scopre».
Sguardo umanistico
In questo processo emerge con forza il valore del background umanistico. Non come limite (come si potrebbe pensare banalizzando), ma come punto di forza. Giuseppe Staffieri ha le idee chiare: «L’umanista ha una capacità in più: la visione – sostiene – Sa leggere la realtà, non solo i testi». Mentre le altre figure del team lavorano su aspetti specifici e complessi (tecnologia, economia, diritto) è proprio questa capacità di interpretazione a tenere insieme tutto: «La differenza la fa la direzione». E non a caso Giuseppe Staffieri è il Ceo e founder del progetto.
Valutazioni senza filtri
Un approccio che trova conferma anche nell’esperienza al Premio nazionale per l’innovazione (Pni) 2025, a Ferrara, dove il team si è confrontato con startup più strutturate e con investitori abituati a valutare senza filtri. «È stato un ambiente spietato, ma necessario. Ci ha fatto capire a che punto eravamo e dove potevamo arrivare». Lontano dall’essere un momento di scoraggiamento (ricordiamo che BioFlux è arrivato tra i finalisti nella categoria CleanTech), il Pni è diventato un’occasione di crescita, un modo per osservare da vicino percorsi più maturi e anticiparne gli errori.
Connessioni cercasi
Oggi BioFlux si muove in un contesto complesso, dove il rischio è confondersi tra soluzioni poco strutturate e offerte a basso costo. La sfida è un’altra: costruire un sistema che sia allo stesso tempo efficiente, conforme alle normative e sostenibile economicamente. «Vogliamo fare le cose per bene», dice Giuseppe. «E dimostrare che può essere conveniente per tutti».
Più che una piattaforma, insomma, BioFlux è il tentativo di creare connessioni dove prima c’erano solo distanze. Fra attori diversi, tra competenze lontane, fra teoria e pratica. Un percorso ancora aperto, fatto di tentativi e correzioni, ma già segnato da una consapevolezza chiara: trasformare un’idea in qualcosa di concreto significa, prima di tutto, imparare a leggere la realtà.
Ed è proprio qui che filosofia, umanesimo e impresa smettono di essere mondi lontani.
Redazione Unicas+







