La presidente dell’Archivio “Piero Calamandrei” e nipote del celebre giurista al centro di un incontro organizzato dal Dipartimento di Economia e Giurisprudenza. Nell’intervista che ci ha concesso il ritratto umano e civile di una delle figure più importanti della Costituzione italiana
A Unicas il racconto di Silvia Calamandrei: “La Resistenza parla al nostro presente”
Il Dipartimento di Economia e Giurisprudenza di Unicas ha ospitato il 21 maggio un importante momento di riflessione e memoria storica dedicato a una delle figure più luminose e fondamentali del nostro panorama giuridico e civile, Piero Calamandrei. Un incontro di altissimo profilo scientifico e istituzionale, organizzato nell’ambito delle attività del Laboratorio di Ermeneutica della Temporalità Giuridica e della Scuola Nazionale di Formazione Socio-Politica Giorgio La Pira.
Custodire l’eredità civile di Calamandrei
A settant’anni dalla scomparsa di uno dei padri costituenti, la sua straordinaria e instancabile opera di divulgazione rappresenta un ponte vivo tra il passato e il futuro. Custodire, raccontare e trasmettere il pensiero di Calamandrei oggi non è una semplice operazione di memoria, ma un atto di profonda responsabilità civile, perché i valori della nostra Costituzione non sono concetti astratti, ma “presidi di libertà” che richiedono, oggi come allora, l’impegno e la vigilanza di ognuno di noi.

Di seguito l’intervista alla professoressa Silvia Calamandrei, Presidente della Biblioteca e Archivio Storico “Piero Calamandrei” di Montepulciano (SI).
Settant’anni dalla morte di Piero Calamandrei e ottant’anni dalla Costituente: una doppia, storica ricorrenza che l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale celebra oggi con un importante convegno di studi per riflettere sulla profonda attualità del pensiero di uno dei padri costituenti.
Piero Calamandrei, grande processualista e poi illustre costituzionalista, viene celebrato quest’anno, nel settantesimo anniversario della scomparsa, in diverse sedi universitarie. Sono stata a Genova di recente, dove l’Università ha ospitato un bellissimo convegno, un’importante occasione di incontro con vari studiosi latinoamericani, a testimonianza di quanto il nostro pensiero giuridico sia stato fondante per la loro tradizione. A Genova si è voluto commemorare, insieme, il settantesimo della morte di Calamandrei e quello di un grande giurista uruguaiano, Eduardo Juan Couture. I due erano legati da una profonda amicizia nata fin dal 1938. Nel momento in cui in Italia vennero introdotte le leggi razziali, Calamandrei, d’intesa con Couture, si attivò per aiutare i professori ebrei espulsi dalle nostre università, trovando loro delle cattedre in America Latina.
Fu un aiuto concreto che contribuì moltissimo, in seguito, alla diffusione e alla conoscenza del nostro pensiero giuridico oltreoceano. Questo legame si rinnovò poi nel dopoguerra, quando sia Couture sia Calamandrei diventarono, ancor più che processualisti, autentici costituzionalisti. Calamandrei, infatti, passò all’insegnamento del Diritto costituzionale all’Università di Firenze, della quale fu anche Rettore. Nel 1949 Couture lo raggiunse a Firenze: fu la prima volta che i due si incontrarono in carne ed ossa. In quell’occasione si ripromisero un nuovo incontro proprio per nel 1956 che si rivelò un anno infausto per entrambi. Un particolare particolarmente significativo, ricordato durante le celebrazioni, riguarda proprio gli ultimi giorni di Couture, che si spense nell’aprile del ’56 mentre stava preparando una commemorazione del 25 aprile per la comunità italiana di Montevideo. I diplomatici italiani che andarono a fargli visita in ospedale – e che stavano definendo con lui i dettagli della conferenza – notarono che sul suo comodino, accanto al letto, c’era il libro di Calamandrei Uomini e città della Resistenza. Era fitto di suoi appunti. Couture stava preparando il discorso sulla nostra Liberazione affidandosi, fino all’ultimo, alle parole del suo amico.
Un aneddoto davvero toccante, anche perché sono scomparsi entrambi nel giro di pochi mesi.
Couture si spense nell’aprile di quel 1956. Calamandrei fece appena in tempo a dedicargli una commemorazione, celebrandone la straordinaria vitalità, un omaggio che, col senno di poi, risuonò quasi come un discorso d’addio a se stesso, dato che anche lui sarebbe scomparso pochi mesi più tardi, a settembre. Il 1956 avrebbe dovuto finalmente suggellare il loro incontro, Couture era infatti atteso a Firenze a settembre, in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto di Diritto Comparato, mentre Calamandrei avrebbe dovuto ricambiare la visita recandosi a Montevideo alla fine dell’anno.

Un intreccio davvero straordinario. A questo proposito, vorrei ricollegarmi alla sua presenza qui a Cassino oggi, in questo mese di maggio che evoca l’ottantaduesimo anniversario della storica battaglia. So che proprio in queste ore ha avuto l’occasione di incontrare il Presidente della Polonia.
Sì, il Presidente della Polonia soggiornava proprio nel nostro stesso albergo, insieme a numerosi militari, generali e alti ufficiali, per partecipare alla cerimonia di commemorazione dei quasi mille soldati polacchi che perirono nel drammatico assalto a Montecassino. E proprio pensando a questi eventi mi è tornato alla mente il Diario di mio nonno che tenne tra il 1939 e il 1945, cominciando a scriverlo proprio all’inizio del conflitto, in coincidenza con i suoi cinquant’anni, tragicamente segnati dallo scoppio della guerra. Era una guerra di cui egli non intravedeva affatto un esito positivo. Spesso ripeto ai ragazzi, o a chiunque mi ascolti, che nel leggere quelle pagine bisogna tenere a mente che sono state scritte in media res, chi scriveva non sapeva come sarebbe andata a finire, e per questo vi si leggono sentimenti di profonda angoscia e disperazione. In quel periodo mio nonno si trovava a Collicello, un piccolo paese dell’Umbria.
Aveva pochissime informazioni, ma ascoltava costantemente la radio; fu così che seguì e annotò l’andamento delle battaglie di Cassino e di Anzio, decisive per la successiva liberazione di Roma. Ascoltando i bollettini di quei drammatici combattimenti, si domandava con tormento quale fosse il ruolo effettivo di noi italiani. Si chiedeva: «Quando un domani si leggeranno queste pagine, gli stranieri potranno riconoscervi anche un nostro contributo? Quanto sangue si sta versando per la nostra liberazione: gli americani, i polacchi…». Allora, isolato a Collicello, non aveva ancora l’esatta percezione di quanto si stesse già combattendo per la Resistenza italiana. Quella dei partigiani sarebbe stata per lui una scoperta avvenuta quasi a posteriori, alla quale avrebbe reso un immenso tributo. Non a caso, in tutto l’ultimo decennio della sua vita, si dedicò a percorrere l’Italia intera con una duplice, instancabile missione: difendere da una parte la memoria della Resistenza e, dall’altra, lottare per la piena attuazione di quella Costituzione che, dopo l’elezione all’Assemblea Costituente, aveva contribuito a scrivere tra il 1946 e il 1948.
A proposito di Liberazione, proprio in occasione del 25 aprile il nostro Ateneo ha pubblicato un post sui canali social – che ha avuto un incredibile riscontro – citando la sua frase più celebre: «Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani …». Il fatto che le parole del discorso tenuto agli studenti di Milano nel 1955 suscitino ancora oggi un simile interesse dimostra la profonda attualità del suo pensiero. E ricollegandomi a quanto diceva sull’instancabile opera di Calamandrei a tutela della memoria della Resistenza, viene spontaneo chiedersi se essa parli direttamente al nostro presente, in un momento storico in cui il dramma e l’orrore delle guerre ci costringono a fare i conti con la stessa angoscia e lo stesso smarrimento di quel passato.
Posso dire che il Diario, che annota in presa diretta quei momenti di profonda angoscia e disperazione, veniva letto fino a una decina di anni fa con un inevitabile distacco. Penso soprattutto alla mia generazione, che ha avuto il privilegio di attraversare gli anni più felici della pace. Oggi, invece, l’immedesimazione è totale: di fronte ai conflitti del nostro presente, comprendiamo fin troppo bene la sua angoscia, quel senso di smarrimento e la fatica immane nel trovare una speranza. In questo preciso momento storico, così cupo e tormentato, quelle pagine ci parlano con una forza e un’urgenza persino superiori rispetto al passato.
È quasi superfluo ricordare l’immenso valore storico e culturale dei carteggi che Calamandrei ha intrattenuto con le più grandi personalità del Novecento. Parliamo di figure del calibro di Benedetto Croce o di Norberto Bobbio…
Ecco, segnalo che questo straordinario patrimonio epistolare è interamente consultabile online sul sito archiviocalamandrei.it. Tutti i carteggi di Calamandrei – sia le lettere a lui indirizzate, sia quelle da lui scritte – sono pienamente accessibili, è sufficiente una semplice iscrizione per poterli leggere liberamente. Allo stesso modo, anche le sue opere giuridiche, i dieci volumi di Morano, sono ormai disponibili in libero accesso a livello globale e hanno moltissime consultazioni. Si è trattato di una operazione promossa dall’Università Roma Tre insieme alla nostra famiglia, alla Biblioteca Calamandrei e al Centro Giuridico Calamandrei, e siamo confortati dal numero di accessi a livello globale, perché Calamandrei è molto noto non solo in Italia, ma anche in America Latina e in tutti i paesi dove ci si avvicina alla democrazia, al diritto, ai diritti di libertà, ai diritti sociali, che lui voleva strettamente intrecciati. Mi chiedeva prima di altri eventi che si preparano: se ne preparano sia a Firenze, che è la sua città natale, sia a Montepulciano, che era il luogo, diciamo, dei suoi soggiorni in campagna, la casa in campagna.
Una delle opere più toccanti di Calamandrei è proprio l’Inventario della casa di campagna, un testo che Norberto Bobbio confessò di aver letto tutto d’un fiato, in una sola notte. Si tratta di una dimensione profondamente intima, in cui i ricordi personali si fondono con una delicata sensibilità poetica…
È una memoria che lui scrive in contemporanea al diario, dal ’39 al ’41, ed è come se fosse un doppio registro: da una parte registra gli eventi quotidiani, dall’altro si immerge in questa memoria dell’infanzia, della natura, delle piante, degli animali, cercando anche lì di trovare conforto in questo ritmo naturale che va al di là di quello che sono le disgrazie degli uomini.
La ringraziamo davvero molto per questa bellissima e preziosa testimonianza. Come Ateneo seguiremo con grande attenzione tutte le iniziative in memoria di Calamandrei, una figura che amiamo profondamente e che ricordiamo spesso. Basti pensare che lo scorso anno, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, lo stesso Rettore, professor Marco Dell’Isola, ha voluto ricordarlo nella sua relazione inaugurale. Il suo esempio e il suo lascito intellettuale ci accompagnano costantemente. Come ultima domanda, vorrei chiederle un ricordo personale degli anni della sua infanzia trascorsi accanto a suo nonno, sia in Italia sia in Cina. Perché Piero Calamandrei, nella sua straordinaria complessità, è stato anche un nonno amorevole.
Beh, io ero la nipotina unica e prediletta, figlia di Franco, il suo unico figlio. E sono stata molto con i nonni fin dall’infanzia, Piero mi ha insegnato a leggere e scrivere, insomma, passavo molto tempo con il nonno. Ho delle fotografie fatte da lui, mi ritraggono mentre comincio a scrivere o a leggere. Uno dei ricordi più vivi risale all’ottobre del 1955, quando i miei nonni vennero a trovarmi in Cina. Io mi ero trasferita lì nel 1953 insieme ai miei genitori, che lavoravano come corrispondenti, e ci sono rimasta fino al 1956, l’anno della sua morte. I nonni vennero insieme ad una delegazione di cui Piero era presidente, la prima delegazione culturale italiana che si recò a Pechino, in un’epoca in cui tra l’Italia e la Cina non esistevano rapporti diplomatici.
C’era anche Bobbio con lui, c’erano Franco Fortini, Carlo Cassola … molti importanti intellettuali italiani. È stata la prima esplorazione della nuova Cina compiuta soprattutto da membri del Partito d’Azione, a cui Calamandrei apparteneva, e che produsse un volume molto voluminoso, più di 700 pagine, della rivista Il Ponte, che si intitolava La Cina d’oggi. In un progetto comune, realizzato nell’anno del Covid per celebrare il cinquantesimo delle relazioni Italia-Cina, intervenute nel ’70, i cinesi, finalmente, hanno tradotto anche loro un’antologia del volume Il Ponte, che ho presentato all’Istituto di Cultura di Pechino insieme alla professoressa Yan Ling dell’Università di Tianjin, curatrice della traduzione. Oltre a quella visita che fece a Pechino, dove ero una piccola allieva della scuola cinese che frequentavo, ho ritrovato mio nonno in Italia, nel giugno del ‘56. Trascorsi tutta l’estate con lui, fino alla sua morte. È stato lui a prepararmi per l’esame di ammissione alla scuola elementare italiana. Io venivo dalla scuola cinese, e quindi il nonno ha dovuto colmare le mie lacune. A settembre rientrammo a Firenze perché lui doveva sottoporsi a un intervento chirurgico e poi morì di questa operazione.
Mi dicono che dicesse “E i quaderni di Silvia?”. Insomma, era molto preoccupato per i miei esami.
Responsabile comunicazione digitale Unicas









