La società contemporanea, anche a causa del calo demografico, si misura con la sfida di garantire un modello previdenziale equo e sostenibile. Così lo studioso, che ha ricevuto ieri l’importante riconoscimento da Unicas, spiega il metodo che ha concepito per affrontare questa contraddizione. E offrire maggiori garanzie alle nuove generazioni
Ole Settergren, l’economista svedese che ha rivoluzionato i sistemi pensionistici. L’intervista dopo il Dottorato Honoris Causa
«È passato un po’ di tempo da quando gli svedesi parlavano in latino e sono certo che lo facevano piuttosto male. Il mio italiano approssimativo, dunque, segue perfettamente questa tradizione». Ispira simpatia a prima vista Ole Settergren: l’economista svedese, fra i massimi esperti mondiali sui sistemi pensionistici, al quale Unicas ha consegnato ieri mattina, durante la cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026, il Dottorato Honoris Causa.
Architetto silenzioso
È lui d’altro canto l’architetto silenzioso del modello previdenziale svedese, il “civil servant” (come lo ha definito il professor Sergio Nisticò durante la sua Laudatio) che ha compiuto, in qualità di dirigente della “Pensionsmyndigheten” (l’equivalente della nostra Inps), un’impresa epocale: quella di sottrarre le pensioni ai capricci della politica e d’impiantare un modello osservato in tutto il mondo, Italia compresa visto che già dalla metà degli anni ’90 si utilizza anche da noi. È il cosiddetto “meccanismo di bilanciamento automatico“, un freno matematico che adegua gli assegni all’aspettativa di vita e all’andamento dell’economia, come ha illustrato sempre durante la mattinata nella sua Prolusione l’ex ministro e banchiere centrale Daniele Franco, ospite anche lui della cerimonia.
Razionalità e crisi demografica
Grazie all’intuizione di Ole Settergren, che ha ricevuto cinque anni fa dalla Francia il prestigioso titolo di Chevalier de l’Ordre National du Mérite, la Svezia affronta l’inverno demografico con razionalità, senza subire lo choc di cicliche riforme drastiche e spesso impopolari. E per comprendere meglio il “segreto” del suo modello, ma anche per conoscere più da vicino questa figura mite ma dirompente nella cultura dei sistemi previdenziali, l’abbiamo intervistato subito dopo la consegna della pergamena da parte del Rettore di Unicas, Marco Dell’Isola.

Il tema delle riforme pensionistiche è fra quelli su cui è più difficile ottenere consenso, proprio perché richiede in molti casi provvedimenti controversi. Nella sua esperienza quanto è stato difficile conciliare la logica dei conti economici con quella del mondo politico, spesso condizionato dalla percezione pubblica dei provvedimenti?
Direi che è stato molto difficile. E non è nemmeno così chiaro se si possa davvero affermare che la Svezia abbia ottenuto un successo in questo campo. Il sistema pensionistico è stato riformato in modo radicale, è stato reso finanziariamente equilibrato ed economicamente sostenibile. Le regole, in linea generale, seguivano una logica ma non sono mancate le eccezioni. Inoltre, per esprimere un giudizio fondato serve un periodo di valutazione più lungo. Negli ultimi dieci anni, diverse decisioni in materia di politica pensionistica mostrano chiaramente come la relativa impopolarità del sistema abbia spinto, o addirittura costretto i politici a introdurre nuove misure, al di fuori del sistema contributivo, che non sempre seguono una logica coerente.
Potrebbe spiegare qual è il nucleo fondamentale del meccanismo di bilanciamento automatico e perché garantisce una maggiore sostenibilità al sistema pensionistico?
Il meccanismo rappresenta in sostanza un insieme di regole che servono a stimare le “attività”, cioè le entrate previste, e le passività del sistema contributivo a ripartizione, quello cioè basato sul fatto che le entrate generate dai lavoratori servono a finanziare nello stesso anno l’assegno di chi sta in pensione, senza accumulo di capitale. E prevede anche che si riduca il “tasso di interesse” applicato alle pensioni e alle passività quando queste diventano più alte delle “attività”. In pratica, serve a garantire che il sistema resti sostenibile nel tempo evitando che, nel lungo periodo, si spenda più di quanto entri.

Quali elementi di questo modello sono trasferibili in altri contesti, compreso quello italiano che si è ispirato già dagli anni Novanta proprio alla sua visione teorica, e quali invece dipendono dalle condizioni specifiche di ogni paese?
In linea teorica, tutti gli elementi di questo metodo sono trasferibili in qualsiasi paese. Tuttavia, ritengo che sia necessario iniziare strutturando le regole fondamentali attraverso un piano pensionistico “nozionale”, basato cioè su contributi calcolati ma non effettivamente versati, che preveda dei benefici chiaramente definiti, in modo che si possano applicare le regole di bilanciamento. Ma naturalmente, ciò che è possibile sul piano teorico non è per forza consigliabile e nemmeno necessariamente fattibile su quello politico. Sia l’opportunità che la fattibilità politica dipendono dalla situazione di ogni singolo paese.
Lei ha sottolineato come la stabilità finanziaria e l’equità intergenerazionale siano spesso in tensione fra loro. In che modo si può superare questa contraddizione peraltro in un contesto, come quello europeo, nel quale l’età media è destinata a salire?
Purtroppo, in alcuni scenari questa contraddizione non si può superare. Se la popolazione diminuisce, si manifesterà una pressione sul gettito pensionistico che potrebbe implicare delle iniquità intergenerazionali. Tuttavia, l’aumento della longevità non implica necessariamente una disuguaglianza tra le generazioni. Se l’aumento dell’aspettativa di vita porta a innalzare l’età pensionabile, l’equità intergenerazionale può essere preservata.
Nel suo percorso ha avuto molta importanza, come ha sottolineato Daniele Franco durante la Prolusione, il suo impegno nella comunicazione pubblica della riforma. Quanto è importante la trasparenza per costruire fiducia intorno ai sistemi previdenziali?
Penso che la comunicazione sia molto importante e credo che insieme ai miei colleghi siamo riusciti a condividere con efficacia la trasparenza del sistema. Allo stesso tempo, però, ho anche l’impressione che la trasparenza non abbia fatto una grande differenza. In Svezia, dalla riforma in poi, il tema della sostenibilità del sistema pensionistico ha suscitato un dibattito molto limitato, prossimo allo zero. Credo che questo si spieghi, almeno in larga misura, grazie al fatto che la contabilità è trasparente e il sistema è solido. Il dibattito si è concentrato piuttosto sul livello delle pensioni presenti e future. Considerando che quasi tutte le proiezioni mostrano un livello complessivo stabile, con una lieve diminuzione di quelle pubbliche compensata però dalle pensioni occupazionali. E questo equilibrio si mantiene a condizione che l’età pensionabile aumenti con l’aumentare della speranza di vita.
Nella parte finale della sua Lectio magistralis lei ha sottolineato come la Svezia si stia avvicinando agli “stereotipi della politica italiana” e che come sia diventata “meno coerente, anche a causa dell’espansione di benefici finanziati dalla fiscalità generale”. Cosa voleva dire?
Almeno secondo il mio stereotipo sulla politica italiana è che sia populista. E la politica pensionistica in Svezia, a mio avviso, è diventata più populista.
È possibile che insieme alla fiducia nei sistemi pensionistici le nuove generazioni possano ritrovare fiducia verso il futuro nel suo insieme, viste anche le molte incertezze che gravano sulla nostra epoca, non solo nel campo del lavoro e della previdenza sociale?
Certamente non danneggerà la loro fiducia. Ma spero che i giovani si preoccupino di altre questioni più urgenti rispetto alla loro futura pensione: il lavoro, la casa, le relazioni, i figli. E non credo che oggi il sistema pensionistico sia poi così rilevante per la visione del futuro.

Lei ha spiegato di aver cominciato ad occuparsi di questi temi sostituendo, da giovane, un collega molto più esperto. Oggi si è rivolto ad una platea composta da molte studentesse e studenti. Cosa vorrebbe dire loro, perché sentano di poter esercitare un impatto reale nell’efficacia delle istituzioni pubbliche e nella qualità della vita dei cittadini?
È una domanda su cui mi piace molto ragionare. Innanzitutto, credo che il miglior aiuto che chiunque possa dare alla società sia quello di mantenere se stesso e la propria famiglia. Il mio primo messaggio perciò è questo: mettete al mondo dei figli. Spesso questo costringe a lavorare piuttosto duramente ma se già riuscite a centrare questo obiettivo siatene orgogliosi e felici. Se poi volete e potete contribuire ancora di più al benessere della società, penso che dobbiate amare davvero quello che fate. E fare in modo che il carico di lavoro necessario a realizzare le vostre aspirazioni non logori la vostra serenità.
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Direttore responsabile






