Diritto alla disconnessione, una sfida che investe anche la comunicazione accademica

Il Ministero dell’istruzione e del merito, con la Nota n. 224621 dello scorso 28 settembre, interviene sugli orari delle consegne e sulla distribuzione delle verifiche. Ma lascia aperto il problema del carico di lavoro per gli studenti e sul valore del tempo libero nell’apprendimento. Un tema sul quale vale la pena di riflettere anche in ambito universitario

 

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Diritto alla disconnessione: un ragazzo difronte al computer con il registro elettronico di notte

La Nota n. 224621 del 28 settembre 2026, emanata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim), dà alle scuole alcune indicazioni che sembrano solo organizzative. I compiti si assegnano durante l’orario di lezione e si annotano sul diario. Basta con le consegne caricate la sera sul registro elettronico, lo strumento che oramai funge da costante ponte comunicativo tra scuola, alunni e famiglie.

Le verifiche, poi, vanno distribuite durante tutto l’arco della settimana, per evitare che se ne accumulino più d’una nello stesso giorno. Sono misure di buon senso, tanto che alcuni osservatori le hanno etichettate come ovvie, quasi scontate.

Tuttavia, credo che in questa circostanza il Ministero abbia fatto bene a dare un peso diverso al tempo della scuola.

La reperibilità oltre l’orario scolastico

Il registro elettronico era nato come strumento di trasparenza ed è diventato, poco alla volta, una presenza continua. Notifiche alle nove di sera, compiti aggiunti la domenica, voti che arrivano sul telefono dei genitori prima ancora che lo studente ne abbia parlato con il docente. Nessuno di questi gesti, preso da solo, è grave. Insieme hanno prodotto qualcosa che conosciamo bene nel mondo del lavoro: la reperibilità permanente, la sensazione di essere in una bolla che ci avvolge costantemente, in tutti i contesti.

Crescere senza interferenze

Per questo il richiamo al diritto alla disconnessione non è una forzatura. Nel lavoro lo abbiamo riconosciuto come tutela della persona: c’è un tempo in cui non si è tenuti a rispondere. Per bambini e adolescenti la questione è ancora più delicata, perché non riguarda soltanto il riposo. Riguarda la crescita e la possibilità di poter gestire il proprio tempo senza l’interferenza di un adulto, sia pure mediata da uno strumento digitale.

Il valore educativo del tempo libero

Il tempo libero d’altro canto non è tempo vuoto. È il tempo del gioco, della noia, delle relazioni, del corpo che si muove e si stanca senza un obiettivo da rendicontare. È il tempo in cui si impara a stare con se stessi. Una pedagogia che lo colonizza, anche con le migliori intenzioni, toglie spazio proprio alle esperienze che rendono possibile apprendere.

Un compito nasce nella relazione

C’è poi un aspetto più sottile. La consegna serale via piattaforma cambia la natura stessa del compito. Il compito annotato sul diario, alla fine di una lezione, nasce dentro una relazione: il docente lo spiega, lo studente chiede, la classe lo sente proprio. Il compito che compare su uno schermo alle ventuno è un’istruzione senza volto, che arriva quando la relazione non c’è più. Riportare l’assegnazione dentro l’orario scolastico vuol dire riconoscere che insegnare è un atto situato, che avviene in un tempo e in uno spazio condivisi. La tecnologia può prolungarlo, ma non sostituirlo.

Diritto alla disconnessione: una classe di scuola superiore
Foto: Canva

Gli orari non bastano a ridurre il carico

Detto questo, la Nota regola gli orari, non le quantità. Disciplina quando si assegna, ma non dice quanto. Il rischio è spostare il problema senza risolverlo: meno notifiche serali, ma lo stesso carico. Il cambiamento vero non arriverà da una circolare. Richiede che i consigli di classe si parlino, che i docenti coordinino i carichi, che la scuola torni a pensarsi come comunità educante e non come somma di discipline. Una norma può aprire uno spazio. Riempirlo tocca a noi adulti.

Il contagio della reperibilità continua

E l’università? Sarebbe comodo pensare che la questione non ci riguardi, perché i nostri studenti sono adulti e gestiscono da soli il proprio tempo. Ma basta guardare la nostra quotidianità per accorgersi che le stesse dinamiche sono arrivate anche qui. E-mail a qualsiasi ora, con l’aspettativa implicita di una risposta immediata. Gruppi di messaggistica nel quali comunicazioni ufficiali e chiacchiere si mescolano. Materiali caricati sulle piattaforme a ridosso degli appelli. Scadenze fissate a mezzanotte.

Una carta condivisa per la comunicazione accademica

Servirebbe una cultura condivisa della comunicazione accademica. Canali chiari e distinti. Tempi di risposta ragionevoli e dichiarati. Materiali disponibili con un anticipo sufficiente. La consapevolezza che un messaggio inviato di notte, anche quando non chiede nulla, comunica comunque un’aspettativa.

Un ateneo potrebbe inserire questi principi in una carta della didattica, come impegno reciproco tra docenti e studenti e non come vincolo calato dall’alto.

La tecnologia e i confini della vita

La comunicazione digitale non è neutra. Ogni strumento porta con sé un’idea di tempo, di relazione, di persona. Possiamo usarlo per ampliare le possibilità di apprendimento o lasciare che ci usi, rendendo indistinti i confini tra studio e vita. Scegliere significa ricordare che educare non è riempire ogni spazio disponibile, ma anche saper lasciare tempo. 

Un gruppo di ragazzi sdraiati sul prato, vista ortogonale
Foto: Magnific

Un tempo che non si consegna, non si valuta, non si carica su nessuna piattaforma. Ed è lì, spesso, che si impara di più.

Simone Digennaro

Docente di Pedagogia Speciale

Simone Digennaro è professore associato di Pedagogia Speciale e coordinatore dei percorsi di formazione iniziale dei docenti presso l'Università di Cassino e del Lazio Meridionale. La sua ricerca si concentra sui margini del sistema educativo –i ragazzi che si disperdono, le famiglie che non hanno strumenti, i territori che restano indietro, la scuola che aspira a essere un luogo migliore – e sul corpo come spazio di osservazione e di intervento pedagogico: quella dimensione silenziosa ma eloquente attraverso cui i bambini e le bambine comunicano, apprendono e chiedono di essere visti.

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