EUt+, costruire l’Università europea della Tecnologia. Timothée Toury spiega la sfida

Connettere formazione, ricerca e mobilità di studenti e docenti per vivere l’Europa come un terreno comune di apprendimento e collaborazione. Il Segretario generale dell’Alleanza che coinvolge nove Atenei continentali, a Cassino per la EUt+ Week, racconta la prospettiva di un modello universitario integrato

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Mentre il dibattito sulle European Universities Alliances si fa sempre più centrale nelle agende comunitarie, la European University of Technology (EUt+), l’alleanza di cui l’Università di Cassino è membro dal 2023, lavora per costruire un’università europea ad altissima integrazione, uscendo dalla dimensione di semplice rete o progetto pilota.

EUt Week 2026 a Cassino, una plenaria in Aula magna
EUt Week 2026 a Cassino, una plenaria in Aula magna

Oltre la rete 

European Plurinational Degree, Common Affiliation, European Research Institutes, Entrepreneurship School: solo alcuni dei temi sul tavolo di EUt+ che abbracciano tutte le dimensioni dell’università e parlano della trasformazione strutturale di cui l’alleanza è protagonista nello Spazio dell’Istruzione Superiore europeo.

La metamorfosi di EUt+

Per comprendere questa trasformazione e capire meglio le opportunità offerte da EUt+ a tutta la comunità Unicas e al territorio, abbiamo intervistato Timothée Toury, Segretario Generale di EUt+ e figura chiave nell’architettura dell’alleanza, che in questi giorni è a Cassino per partecipare sia alla EUt+ Week che ha coinvolto i rappresentanti dei nove atenei aderenti, sia alla Notte dei ricercatori.

Timothée Toury nell'Aula magna di Unicas
Timothée Toury nell’Aula magna di Unicas

Una voce autorevole la sua, che mostra l’attualità dei temi al centro dello sviluppo della European University of Technology nel solco di un motto dal significato inequivocabile: “Think Human First”.

Professor Toury, come nasce l’idea di un’Università Europea della Tecnologia (EUt+) e perché si distingue nel panorama dell’Iniziativa European Universities Alliances della Commissione Europea?

Le università della rete EUt+ già si distinguevano per l’ottimo lavoro svolto nell’ambito della formazione, della ricerca e nel preparare laureati capaci di inserirsi con successo nella società e nel mercato del lavoro. Siamo solide realtà accademiche, talvolta davvero molto importanti, ma senza necessariamente le dimensioni, la reputazione secolare o la centralità territoriale che conferiscono automaticamente a un ateneo una posizione strategica. Quindi la domanda era: che dimensione prendere a riferimento per poter costruire il nostro futuro?

Per molti dei nostri membri, la dimensione europea aveva molto più senso rispetto al diventare semplicemente parte di un più ampio processo di consolidamento nazionale. L’Europa ci ha offerto la possibilità non soltanto di diventare più grandi, ma di costruire qualcosa di diverso: qualcosa che rappresentasse una sfida per ciascuno di noi, preservando al contempo ciò che rende unica e preziosa ogni singola istituzione. È da questa idea che è nata EUt+. E ogni università ha aderito all’Alleanza per ragioni in parte diverse, un aspetto che è fondamentale: non si è mai trattato di nove istituzioni identiche che seguivano un’unica strategia fotocopia. Ciò che distingue EUt+ è il livello di ambizione che abbiamo accettato fin dall’inizio. La maggior parte delle alleanze universitarie europee ha comprensibilmente scelto di costruire reti sempre più integrate. Nella nostra dichiarazione di intenti (mission statement), siamo andati oltre: il nostro orizzonte a lungo termine è una “eventuale fusione” in un’unica Università Europea della Tecnologia.

Non esiste una scadenza né una previsione su come sarà una tale istituzione tra vent’anni. È una meta da raggiungere, una direzione da seguire. Un Monte Everest, forse, o anche la Luna. Ma l’essere umano, alla fine, è riuscito a raggiungere entrambi. Il punto centrale è che un obiettivo del genere cambia le domande che ci poniamo ogni giorno. Se l’intenzione è davvero quella di costruire un’università insieme, allora il riconoscimento dei crediti nella carriera universitaria degli studenti, l’assicurazione della qualità, le strutture di ricerca, la mobilità, la governance o i sistemi digitali non possono più essere gestiti come progetti di cooperazione isolati. Devono progressivamente funzionare come parti di una medesima istituzione.

Ciò che all’inizio appariva estremamente radicale viene oggi inteso sempre di più, anche a livello europeo, come una risposta seria a un quesito cruciale: se l’Europa vuole università capaci di agire su scala continentale, a un certo punto qualcuno deve pur provare a costruirle.

EUt Week a Unicas, alcuni partecipanti ai lavori

Dal 1989 l’Unione Europea finanzia il famoso programma di mobilità internazionale Erasmus. Come si distingue EUt+ dal programma Erasmus+ e qual è il vantaggio concreto per uno studente nell’intraprendere un percorso accademico EUt+?

Il programma Erasmus è uno dei più grandi successi europei. Considerati i costi, il suo impatto sociale, culturale e politico è stato straordinario. Tuttavia, dopo più di trent’anni, dobbiamo passare ad una fase successiva. La mobilità tradizionale rappresenta ancora troppo spesso un’eccezione pianificata nei dettagli e con cura: uno studente decide di trascorrere un semestre all’estero, prepara la domanda, verifica gli accordi per il riconoscimento degli esami, cerca un alloggio, adatta il piano di studi e così via. E anche se la platea di studenti che accede al programma si è notevolmente ampliata, sono quelli intraprendenti, inclini alla mobilità e dalla brillante carriera accademica ad essere più portati a compiere un tale passo. All’interno di EUt+ vogliamo ribaltare questa logica: “La mobilità deve diventare la normalità per l’ateneo, pur restando una delle esperienze più trasformative nella formazione di uno studente”.

Dal punto di vista amministrativo, trascorrere un semestre in un altro campus europeo dovrebbe quindi diventare tanto semplice quanto immatricolarsi al semestre successivo nel proprio ateneo di origine. Parliamo di crediti da riconoscere automaticamente, piani di studio sufficientemente integrati e studenti in grado di vivere la propria quotidianità accademica accanto a colleghi di altri Paesi europei, così che la mobilità non sia più percepita come un’uscita dal sistema.

L’obiettivo non è rendere la mobilità meno entusiasmante, tutt’altro. Deve rimanere una delle esperienze più incisive che possiamo offrire a un giovane. Vogliamo semplicemente rimuovere quegli ostacoli istituzionali che la fanno ancora sembrare un caso speciale anziché una componente naturale della vita universitaria. E persino una mobilità semestrale perfettamente integrata non è che una tappa intermedia. In definitiva, è l’Europa stessa a dover diventare parte dell’ambiente di apprendimento: corsi erogati su più campus, esperienze multidisciplinari e multilingue, il contatto con diverse culture accademiche e, infine, un vero e proprio titolo di studio europeo.

In altre parole, la mobilità deve smettere di essere un’interruzione nel percorso formativo di uno studente e diventare parte integrante di ciò che la formazione su scala europea è normalmente.

Il Rettore di Unicas, Marco Dell'Isola, durante al EUt+ Week
Il Rettore di Unicas, Marco Dell’Isola, durante al EUt+ Week

Uno dei temi chiave al centro dei lavori di EUt+ è il Diploma Europeo (European Degree) che per molti studenti è ancora un concetto nuovo. Attualmente gli studenti degli atenei EUt+ possono conseguire il Certificato EUt+ a fronte di determinati requisiti, insieme al diploma di laurea nazionale, un documento che certifica la loro esperienza di mobilità internazionale. EUt+ fa quindi da apripista al titolo europeo lavorando contemporaneamente all’ambizioso progetto del Diploma Europeo in Ingegneria. Quale valore aggiunto reale offrirà lo European Degree a una studentessa o a uno studente di Unicas e degli atenei membri EUt+? E come si sta configurando la sua realizzazione?

Facciamo un esempio molto semplice. Chi si laurea a Cassino non riceve una “laurea della Regione Lazio” che deve poi essere riconosciuta in Lombardia. E chi si laurea a Milano non riceve una “laurea della Regione Lombardia”. Entrambi ricevono una laurea italiana. Dovremmo quindi porci la domanda successiva: in un’economia, un mercato del lavoro e una società che operano sempre più su scala europea, perché il titolo di studio dovrebbe essere italiano o spagnolo e non… europeo? Oggi il denaro e le merci possono circolare in Europa più facilmente delle persone in possesso di qualificazioni e dei loro titoli di studio. Il Diploma Europeo nasce per cambiare questa realtà. L’ambizione non è semplicemente creare un ulteriore certificato che attesti il riconoscimento all’estero di un titolo nazionale. La vera scommessa è ben più affascinante: creare una qualifica che appartenga effettivamente a più sistemi d’istruzione superiore europei; un titolo condiviso da più Paesi, piuttosto che la laurea di una singola nazione accettata dalle altre.

Il parallelo con l’euro è intuitivo. un euro italiano non diventa valuta estera quando si arriva in Francia o in Spagna. Noi ci domandiamo perché, un giorno, un titolo accademico non possa acquisire la medesima natura europea. Attraverso il progetto “PROCEED”, EUt+ sta lavorando insieme ad altre alleanze europee, università, agenzie di assicurazione della qualità e autorità pubbliche per concretizzare questo modello nell’ambito dei titoli in ingegneria. Alcuni Paesi dispongono già di strumenti normativi in grado di supportare questo approccio; in altri, il quadro legislativo deve ancora evolvere.

Procediamo quindi un passo alla volta, con un principio cardine su cui non scenderemo mai compromessi: la tutela degli studenti. Un nuovo strumento europeo non dovrà mai offrire agli studenti meno tutele, meno diritti o meno certezze rispetto ai sistemi attuali. Deve offrire di più. Se avremo successo, atenei come Unicas non si saranno limitati ad assistere all’emergere di un nuovo titolo europeo: avranno contribuito a inventarlo. Questo è fondamentale per gli studenti, ma lo è anche per l’Europa stessa. Una laurea europea solida e credibile rappresenterebbe un formidabile fattore di attrattività accademica e di soft power europeo.

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L’alleanza mette in rete nove atenei e culture molto differenti, dalla Francia alla Lettonia, dalla Bulgaria all’Italia. Come si costruisce un’unica Università Europea senza snaturare l’identità culturale e il forte legame con il territorio di ciascuna sede?

Ribalterei la prospettiva. Il rischio maggiore per le nostre identità locali potrebbe non derivare dal fatto di diventare più europei, bensì dall’incapacità di agire insieme mentre la globalizzazione va avanti senza di noi. Tutti noi in tasca abbiamo smartphone notevolmente simili. Le tecnologie, le piattaforme e gli ecosistemi industriali che strutturano sempre più la nostra vita quotidiana sono per lo più progettati in Corea o negli Stati Uniti e prodotti in Cina. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale e per molte altre tecnologie strategiche. Possiamo regolamentare questi sviluppi — e la regolamentazione è importante —, ma in ultima analisi il futuro è plasmato da chi fa ricerca, crea, progetta e produce. Se le università, le industrie e le società europee rimangono frammentate, i nostri territori non diventano automaticamente più indipendenti o più caratterizzati. Semplicemente, rischiano di perdere ulteriore capacità di incidere sul mondo che li circonda. Ecco perché la dimensione europea è determinante. L’Europa non è un’identità ulteriore pensata per cancellare le altre; è sempre più la dimensione minima affinché le nostre identità esistenti mantengano una capacità d’azione. E tra i valori europei fondamentali che cerchiamo di difendere c’è proprio la diversità: diversità linguistica, culturale, differenti tradizioni intellettuali e forti identità regionali. L’omologazione rappresenterebbe, di fatto, il fallimento del progetto europeo.

Per EUt+, dunque, il radicamento territoriale è essenziale. Una studentessa o uno studente può immatricolarsi a UNICAS semplicemente perché Cassino è vicina a casa, senza un particolare interesse iniziale per la mobilità internazionale. Ma improvvisamente può trovarsi in aula compagni di studio di Paesi europei, docenti provenienti da altri campus dell’alleanza, opportunità diffuse e una diversità di lingue parlate intorno a sé. L’Europa arriva dallo studente prima ancora che lo studente decida di andare in Europa. E poi, magari, quel percorso all’estero lo intraprende davvero.

Quando rientra, non è meno italiano, meno legato al Lazio o meno affezionato alla propria città. Ha semplicemente compreso, attraverso l’esperienza diretta, che un’altra cultura europea non è un’astrazione e che le nostre differenze convivono con uno straordinario patrimonio comune. Ciò comporta una profonda dimensione sociale: le opportunità a livello europeo devono essere accessibili alla platea più ampia possibile di studenti, non soltanto a chi è già proiettato in una dimensione internazionale. Si aggiunge poi la rilevanza economica: l’Europa necessita di figure altamente qualificate, specialmente in ambito tecnologico, capaci e desiderose di muoversi, lavorare e collaborare oltre i confini nazionali. E non da ultimo è anche una questione di sovranità e coesione. L’Europa affronta crescenti pressioni esterne, ma può indebolirsi anche dall’interno se troppi cittadini avvertono il progetto europeo come distante o privo di benefici diretti. Le spinte nazionaliste si alimentano esattamente di questo senso di distacco ed esclusione. Affinché l’Europa resti forte e unita, il percorso di integrazione deve diventare un’esperienza concreta, tangibile e vantaggiosa nella vita di tutti i giorni.

Un momento della EUt+ Week a Cassino
Un momento della EUt+ Week a Cassino

Nel quadro delle strategie europee per l’innovazione e il rafforzamento della terza missione dell’istruzione superiore, EUt+ ha avviato una serie di iniziative per sviluppare le competenze imprenditoriali degli studenti, tra cui spicca l’Entrepreneurship School. Il programma offre certificazioni basate sul framework europeo EntreComp, include inoltre l’Incubation Program, giunto alla sua terza edizione: un incubatore di startup che ha visto centinaia di studenti dei nove atenei prendere parte a percorsi di mentorship, masterclass su business, marketing e innovazione, confrontandosi e sfidandosi in una competizione di idee tra background linguistici, culturali e accademici molto diversi. Perché queste iniziative possono fare la differenza nella carriera di uno studente? E perché EUt+ mira a promuovere anche le competenze imprenditoriali?

L’attitudine imprenditoriale è un valore che va ben oltre la percentuale, relativamente ridotta, di studenti che arriverà a fondare un’azienda. Gli ingegneri, in particolare, sono straordinariamente preparati nel risolvere problemi ben definiti. L’imprenditorialità insegna qualcosa di leggermente diverso: come individuare prioritariamente il problema giusto da affrontare, come agire quando il quadro è imperfetto o incerto, come persuadere gli interlocutori e come comprendere i vincoli economici, legali, culturali e umani che circondano un’idea tecnicamente eccellente. Si può progettare una tecnologia impeccabile e fallire ugualmente soltanto per aver trascurato un aspetto normativo, frainteso le esigenze degli utenti o non essere stati capaci di comunicarne il valore.

Questo è esattamente il tipo di formazione che trae un beneficio immenso dalla dimensione europea. Quando qualcuno proveniente da un’altra cultura analizza il tuo progetto e ti pone una domanda che non avevi neppure preso in considerazione, l’impatto formativo è straordinario. Scopri che ciò che ti sembrava ovvio non lo era affatto. Impari a uscire dal tuo schema mentale, a difendere un’idea, a modificarla se necessario e a riconoscere che si può approcciare il medesimo problema in modi totalmente diversi giungendo a soluzioni altrettanto solide, se non migliori.

E tutto questo non si impara dai libri di testo. A un certo punto occorre uscire dal proprio nido sicuro, collaborare con persone che non la pensano esattamente come te e vivere sia la complessità che la straordinaria produttività del confronto con la diversità. È per questo che il multilinguismo è fondamentale. Una lingua franca è funzionale ed efficiente, ma le lingue non sono semplici codici intercambiabili che veicolano idee identiche: portano con sé forme mentali, riferimenti culturali e modalità differenti di impostare i problemi. Pertanto, la diversità linguistica e culturale non è un semplice elemento di facciata da preservare per compiacimento, ma un fattore in grado di rafforzare la solidità del nostro modo di pensare, progettare e innovare.

Una sessione di lavoro di EUt+ Week al Castello di Gaeta
Una sessione di lavoro di EUt+ Week al Castello di Gaeta

Unicas ospita per la seconda volta la EUt+ Week tra il Campus di Cassino e il Castello di Gaeta. Quali sono i traguardi e le decisioni principali che EUt+ si aspetta di consolidare al termine di queste giornate?

Nella fase attuale del nostro percorso, i progressi più significativi non sono sempre segnati da decisioni spettacolari o da nuove dichiarazioni d’intenti. In un progetto come EUt+ arriva il momento in cui occorre dedicarsi al lavoro più complesso, metodico e di fino. Durante i primi anni, gran parte delle nostre energie è stata naturalmente assorbita dall’immaginare cosa potesse diventare un’Università Europea della Tecnologia: delineare le strutture, definire gli obiettivi, esplorare ciò che sarebbe potuto diventare fattibile. Oggi stiamo progressivamente entrando in una fase diversa. I nostri gruppi di lavoro sui percorsi accademici svolgono un’azione concreta verso l’armonizzazione e l’interoperabilità dei corsi di studio. I gruppi e gli istituti di ricerca stanno strutturando agende scientifiche comuni, sviluppando dottorati in co-tutela e attraendo progetti europei all’interno dell’alleanza. I colleghi del personale amministrativo risolvono i problemi operativi di ogni giorno che emergono quando nove università iniziano a funzionare come un unico sistema. È un lavoro meno visibile dall’esterno, ma è esattamente qui che un’alleanza diventa realtà. In effetti, non vi è alcuna contrapposizione tra l’immaginare EUt+ e il costruirla. In questo momento, la stiamo immaginando proprio attraverso la sua concreta costruzione. Dobbiamo dare concretezza ai nostri sogni affinché diventino realizzabili, ma mantenendo alta l’asticella affinché continuino a stimolare ed essere fonte di ispirazione. L’ambizione priva di esecuzione scade nella retorica; l’esecuzione priva di ambizione si riduce a pura burocrazia. Abbiamo bisogno di entrambe.

Un simbolo estremamente concreto di questa evoluzione è l’affiliazione scientifica comune utilizzata dai ricercatori delle nove università: “European University of Technology, European Union”. Mentre queste righe vengono pubblicate, prevediamo di aver superato la soglia delle 500 pubblicazioni scientifiche che recano questa affiliazione. [NdR: la soglia è stata superata in data 25 settembre 2026]. Il dato numerico in sé non è l’aspetto più importante. I ricercatori sono tra i soggetti meno inclini a modificare la propria affiliazione accademica solo perché qualcuno lo richiede. Utilizzarla esprime un autentico senso di appartenenza: sentirsi contemporaneamente ricercatori di Unicas, UTT (Università Tecnologia di Troyes), TU Sofia (Università Tecnologica di Sofia) o di un altro ateneo membro, e ricercatori della European University of Technology. È un segnale di maturità fondamentale. L’alleanza non è più soltanto un’entità descritta nei documenti strategici, ma si riflette sempre più nel lavoro accademico quotidiano delle persone che danno vita all’università.

Se dovessimo guardare all’alleanza EUt+ tra dieci anni, qual è il cambiamento più significativo che spera di lasciare in eredità al sistema universitario europeo e ai professionisti che stiamo formando oggi?

Poco più di un secolo fa, le società europee hanno compiuto un immenso sforzo collettivo per rendere l’istruzione primaria ampiamente accessibile e obbligatoria. Per molte famiglie si è trattato di un sacrificio estremamente concreto: mandare i figli a scuola significava rinunciare a una mano nei campi o in bottega, procurare loro vestiti adeguati e sostenere un costo immediato a fronte di un beneficio futuro non sempre evidente. Eppure, insegnare a intere popolazioni a leggere, scrivere e far di conto ha trasformato radicalmente le nostre società. Ha aperto le porte alla conoscenza, all’istruzione superiore, all’occupazione qualificata e, in ultima analisi, a una mobilità sociale ben più ampia.

I nostri antenati non hanno dovuto rinunciare alle proprie radici per offrire ai propri figli un orizzonte più grande. Credo che la nostra generazione si trovi di fronte a una sfida diversa ma di pari portata. Non si tratta semplicemente dell’ulteriore fase di costruzione dello Stato-nazione, e l’Europa non deve essere intesa come una nazione più grande destinata a rimpiazzare quelle minori. La dimensione europea è qualcosa di differente. Oggi dobbiamo dare ai giovani la capacità di vivere, apprendere e lavorare nello spazio in cui si svilupperà gran parte del loro futuro nel ventunesimo secolo.

Se tra dieci anni la mobilità europea, il multilinguismo e un titolo di studio che possa dirsi europeo saranno diventati opportunità ordinarie per la grande maggioranza dei nostri studenti, anziché un privilegio riservato a pochi, EUt+ avrà dato un contributo di straordinario valore. Perché anche l’alternativa ha un peso decisivo. Se la mobilità internazionale e il multilinguismo dovessero rimanere appannaggio quasi esclusivo di chi possiede già la sicurezza sociale, culturale ed economica per cercarli, l’Europa rischierebbe di diventare una realtà vissuta per alcuni e un’astrazione lontana per altri. Sarebbe un fallimento sociale e, alla fine, una minaccia per la coesione del nostro continente.

Vi è poi una dimensione esterna. Un Diploma Europeo di qualità e ricercato dal mercato del lavoro, sostenuto da rigorosi standard accademici e da un modello educativo riconoscibile, eserciterebbe una fortissima attrattiva anche al di fuori dei confini europei. Questo è il soft power nella sua forma più costruttiva: non l’imposizione dei valori europei, ma la costruzione di istituzioni e opportunità capaci di generare il desiderio di farne parte.

Il gruppo dei partecipanti a EUt+ Week di Cassino
Il gruppo dei partecipanti a EUt+ Week di Cassino

L’ambizione finale non è semplicemente costruire un’università europea, ma contribuire a fare dell’Europa l’orizzonte naturale di possibilità per ogni studente che varchi la soglia dei nostri atenei.

Angela Vallone

Redazione Unicas+

Angela Vallone (Cassino, 1978) è membro della redazione del web magazine Unicas+ e presta servizio presso la Segreteria EUt+ dell\'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere presso UNICAS , ha conseguito un Master of Arts in Bilingual Translation alla University of Westminster di Londra nel 2003. Ha successivamente lavorato per quasi 20 anni come traduttrice, interprete e consulente per la comunicazione freelance, collaborando con brand internazionali e istituzioni accademiche nei settori del marketing, del turismo e della saggistica scientifica. In quanto membro del gruppo di lavoro dell\'alleanza europea EUt+ (European University of Technology), si occupa del supporto al project management, della gestione della sezione web UNICAS dedicata all’alleanza e delle attività di comunicazione EUt+ presso UNICAS.

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