Il presidente del “Centro di competenza nazionale per la sicurezza digitale” illustra il valore della collaborazione con il nostro Ateneo. E spiega in che modo ricerca, trasferimento tecnologico e nuove competenze possono accompagnare una trasformazione digitale sicura e competitiva
Paolo Spagnoletti: “Così il V2X-Cybersecurity Lab di Unicas farà crescere l’ecosistema dell’innovazione”
Paolo Spagnoletti è professore ordinario di Organizzazione aziendale presso il Dipartimento di Business e Management della Luiss di Roma, dove dirige il Corso di laurea in Economia e Management, oltre a master e programmi executive sui temi dell’innovazione. Porta con sé una solida esperienza e una visione strategica sulla governance digitale, come presidente del Centro di competenza nazionale ad alta specializzazione per la cybersecurity “Cyber 4.0”, nonché come Direttore del laboratorio congiunto Cyber Safe AI Innovation (XAI Lab) Luiss – Cyber 4.0. Ha pubblicato oltre cento lavori scientifici sui temi dell’innovazione e della cybersecurity ricoprendo inoltre incarichi didattici e di ricerca in Francia, Norvegia, Svizzera, Uk e Usa.
L’abbiamo intervistato a Cassino durante l’inaugurazione del V2X-Cybersecurity Lab, il centro di eccellenza che testerà e certificherà la sicurezza informatica di veicoli connessi e dispositivi IoT, presso l’Area di ingegneria di Unicas.
Professor Spagnoletti, l’inaugurazione del V2X-Cybersecurity Lab rappresenta un importante traguardo nell’ormai consolidata collaborazione fra Unicas e Cyber 4. Quali sono le vostre aspettative rispetto al Laboratorio che nasce nel nostro Ateneo?
Mi aspetto che il laboratorio diventi un collettore di problemi sentiti dalle realtà imprenditoriali sul territorio e che possa non solo attrarre problemi ma anche affrontarli, risolverli e trasferire la conoscenza verso il centro di competenza. Allo stesso tempo, credo che il centro di competenza abbia portato il suo know-how nel rendere possibile l’apertura di questo importante laboratorio, mi riferisco non solo alle risorse finanziarie ma anche alle competenze per strutturare un piano di attività che ci fa essere fiduciosi su un futuro di opportunità concrete da trasferire al territorio unitamente a quella conoscenza che alimenta il Sistema Paese tutto.
Secondo lei quali sono le principali difficoltà che le aziende, soprattutto di questo territorio, devono affrontare sul tema della cyber security? Parliamo di qualcosa che ormai pervade ogni ambito del reale, anche se oggi ne abbiamo parlato soprattutto in relazione all’automotive.
La cybersecurity coinvolge qualunque oggetto interconnesso. Il problema sentito dalle imprese, nel mio osservatorio, è quello dell’essere conformi alla normativa. La normativa di fatto impone sempre più vincoli, ne consegue che nella gestione del ciclo di vita di un prodotto, mi riferisco al momento in cui il prodotto è digitalizzato e interconnesso, l’azienda deve applicare tutta una serie di misure che sono richieste dall’esterno. Tuttavia, possiamo considerare il peso normativo un finto problema, laddove la richiesta del regolatore viene assunta a garanzia dei cittadini, delle imprese, di tutto il sistema, e, opportunamente interiorizzata, diventa opportunità. È infatti un’opportunità per sviluppare quelle nuove capacità, quelle di testare la sicurezza di un prodotto, che possono nascere solo quando c’è la competenza su quel prodotto. Ciò detto, guardando al territorio del Basso Lazio, dove dal punto di vista industriale c’era e c’è una competenza in ambito automotive e anche una competenza meccatronica avanzata, è evidente che è proprio in questo territorio che possiamo fare dei test di sicurezza, anche in virtù del fatto che le aziende qui operanti producono dispositivi che uniscono intelligenza e connettività. È inoltre possibile insegnare anche ad altri, altrove, come mettere in sicurezza oggetti interconnessi. Questo significa convertire delle competenze che prima erano riferibili al solo settore automotive tradizionale in competenze di un settore che, seppur definibile automotive, non si limita ad essere fatto di macchine, ma include la componentistica utilizzata anche per droni, aerei e molto altro.
“Il capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff, edito dalla Luiss University Press, l’Università dove lei insegna, rappresenta un testo fondamentale per comprendere il potere delle piattaforme. Parliamo di un’etica sempre più invocata rispetto al potere dilagante degli algoritmi, super potenziati dall’Ai, che ormai ci controllano anche attraverso i dispositivi. Questo sottolinea come sia fondamentale una competenza transdisciplinare in merito alla cyber security.
Assolutamente sì, c’è un urgente bisogno di essere transdisciplinari. Faccio due esempi. Facendo riferimento alla regolamentazione di cui parlavo poc’anzi, questa deve essere interpretata e calata sui prodotti, sui processi, sulla compliance delle organizzazioni: si tratta di coinvolgere tutto il mondo giuridico, che fino a qualche tempo fa non si occupava di temi tecnologici, ma che adesso deve approfondire e sviluppare norme e regole per comprendere quali sono le implicazioni su data protection, Cyber Resilience Act, AI Act, ecc. La risposta al “Capitalismo della Sorveglianza”, questa lettura che ha dato la Zuboff dell’evoluzione tecnologica, è stata proprio la regolamentazione europea, per riportare sovranità e controllo del dato vicino a chi lo produce. Tuttavia, se quello giuridico è un ambito immediato, un altro ambito che a mio parere è stato sottovalutato finora è proprio quello di business. Anche nell’evento inaugurale, abbiamo sentito parlare più volte di ecosistemi: nel management la teoria degli ecosistemi nasce proprio guardando al settore automotive, perché si tratta di un settore dove ci sono i produttori di automobili che generano un indotto, aziende che nascono come “complementor”, quindi i produttori dello pneumatico, le aziende che sostituiscono lo pneumatico, quelle che lo riparano e così via, la cosiddetta filiera. Questo è ciò a cui si fa riferimento quando si parla di un ecosistema. Quello che sta succedendo oggi, attraverso la trasformazione digitale, è la trasformazione stessa del concetto di ecosistema: nel digitale non c’è più una filiera, qualcosa di lineare, ma una costellazione di valore. Questa costellazione di valore deve essere letta da un imprenditore che deve essere in grado di cogliere nuove possibilità di business: ad esempio portare nel laboratorio V2X Cybersecurity un produttore di un oggetto analogo per renderlo sicuro. E questa è una competenza che va sviluppata, occorre uscire fuori dai “silos” dei settori così come erano un tempo e guardare alla Cybersecurity come un’opportunità.
Un aspetto molto interessante che è emerso durante la presentazione è il tema dei finanziamenti a fondo perduto per le imprese, che evidenzia la necessità di coinvolgerle e supportarle proprio nel processo di definizione della domanda.
La messa in sicurezza dei propri prodotti o processi non è qualcosa di semplice da acquistare sul mercato: richiede una competenza e una conoscenza dei propri limiti, del proprio livello di maturità o dei propri bisogni che necessariamente va accompagnata. Per questo ci sono molte iniziative a livello nazionale ed europeo finalizzate proprio ad aiutare e supportare le imprese a fare questi primi passi verso una digitalizzazione sicura, con l’intento di un investimento di base che consenta all’impresa di investire capitale moltiplicato per “n volte” quello di base al fine di fare rientrare un valore finale consistente che rappresenti la copertura delle spese ma anche un ricavo. Ci sono molte iniziative a livello nazionale ed europeo che sono finalizzate proprio ad accompagnare le imprese verso una digitalizzazione sicura, l’intento è quello di investire 10 per poi far sì che l’impresa ne investa altri 70 ma che rientri di 200 come valore finale. Certamente la disponibilità di incentivi, anche a fondo perduto, è un dato concreto, ma la capacità di conoscere queste opportunità e la possibilità di selezionare quelle più adeguate per una determinata realtà necessita di un ambiente che favorisca lo scambio utile di queste informazioni, del resto è la stessa storia di Cyber 4.0 a confermare tale circostanza. Inoltre, è necessaria anche una riflessione attiva da parte degli attori dell’ecosistema che porti a scegliere le opportunità giuste.
Tra cinque anni che ruolo avrà questo Laboratorio inaugurando nel panorama della sicurezza digitale?
Tornando al concetto degli ecosistemi, questi di solito nascono intorno a delle piattaforme. Una piattaforma è composta da un core, una parte più stabile, e da una periferia, dove le cose cambiano, si sperimentano e dove si può anche fallire: si prova qualcosa che eventualmente non si dimostra di successo e qualche altra cosa che invece lo diventa. Quello che immagino che avverrà tra cinque anni è che ci sarà un core di laboratori di certificazione, che sono l’infrastruttura sulla quale tutta la regolamentazione può fare affidamento, un core ben consolidato, mentre al momento sono ancora poche le strutture abilitate alla certificazione. Nel momento in cui sarà definita una rete estesa di tali laboratori, quelli che come il V2X-Cybersecurity Lab nascono nelle università diventeranno la periferia di quel core e saranno il luogo dove verranno ideate e sperimentate le soluzioni per nuovi problemi di sicurezza, che la rete di laboratori di certificazione non ha ancora codificato. Serviranno quindi entrambi, un core e una periferia, per supportare l’evoluzione della tecnologia ma anche le esigenze delle imprese. In questo momento, le strutture di ricerca assimilabili a quella che oggi stiamo inaugurando, sono considerate addirittura pionieristiche, perché costituiscono spazi in cui progettare soluzioni sicure by design e preparare il terreno allo sviluppo del core.
Lei afferma che da questo laboratorio ci si aspetta il trasferimento della conoscenza verso il centro di competenza. È dunque questa una modalità virtuosa per realizzare la Terza Missione dell’Università?
Assolutamente sì.
Responsabile comunicazione digitale Unicas









